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PATOLOGIE TRATTATE

Dummy
Neoformazioni e tumori maligni del Cavo orale

I tumori maligni (cancro) del cavo orale sono lesioni che originano dalla proliferazione non controllata delle cellule della mucosa orale sottoposte a danno genetico.
Buona parte dei carcinomi del cavo orale (15–40%) insorge su manifestazioni già note come lesioni e condizioni precancerose (leucoplachie, eritroplasia, lichen, fibrosi sottomucosa, anemia di Fanconi).

Il cancro del cavo orale può originare a livello di: mucosa della guancia, palato duro, parte anteriore della lingua, labbra, mucosa gengivale, trigono retromolare e ghiandole salivari minori.
Il tumore del cavo orale si può manifestare clinicamente con la comparsa di una lesione granuleggiante, piana, mammellonata o vegetante, biancastra o iperemica, spesso ulcerata, dolente, facilmente sanguinante, che non guarisce spontaneamente e che può causare dolore a riposo, dolore alla deglutizione e/o masticazione, in taluni casi irradiato all’orecchio, difficoltà alla deglutizione, alla masticazione e all’articolazione della parola.
I pazienti affetti da questa patologia potrebbero progressivamente alimentarsi con crescente difficoltà, perdere peso e debilitarsi.
In altri casi il tumore può manifestarsi direttamente con una tumefazione linfonodale laterocervicale, ovvero con una massa della regione cervicale laterale dura alla palpazione, poco mobile sui piani sottostanti, a cute integra, di volume crescente, espressione di metastatizzazione regionale.
Gli uomini erano i più predisposti a sviluppare questo tumore ma ad oggi l’incidenza è simile tra
uomini e donne per un aumento proporzionale del consumo di alcol e tabacco nel sesso femminile.
L’età media di insorgenza è intorno ai 50-60 anni.
Nel 2019 l’incidenza di cancro del cavo orale ha superato 50.000 unità in America.

I fattori di rischio che predispongono al tumore del cavo orale sono:

  • fumo di sigaretta, sigaro, pipa e di alcuni tipi di sigaretta “self made”; l’alta concentrazione di sostanze carcinogene contenute nel tabacco lo rendono molto nocivo e capace di danneggiare in modo irreversibile le cellule della mucosa orale;
  • abuso di alcolici: i consumatori di alcol, infatti, hanno un rischio 6 volte più alto rispetto ai non bevitori.

Ben noto è il loro effetto sinergico che moltiplica il rischio di sviluppare un carcinoma del cavo orale di ben 80 volte.
Oltre all’alcolismo e al tabagismo, un altro fattore eziopatogenico importante è costituito dai microtraumi da anomalie dentarie, da dentature o protesi in cattivo stato di conservazione o alterate (frequenti in soggetti anziani).
Esiste una piccola quota (<5%) di carcinomi del cavo orale HPV correlati a infezione cronica da Papilloma Virus, un virus ad elevato potere oncogenico.
È comunque corretto specificare che il 25% dei pazienti affetti da cancro orale non bevono né fumano.
Per arrivare alla diagnosi è fondamentale eseguire un’accurata raccolta anamnestica e uno scrupolosissimo esame obiettivo otorinolaringoiatrico completo.
Spesso è l’odontoiatra ad inviare il paziente dallo specialista per il riscontro di lesioni sospette meritevoli di approfondimenti.
La biopsia della lesione rappresenta l’elemento cruciale per la diagnosi; è spesso eseguita in regime ambulatoriale previa somministrazione di anestesia locale. La biopsia è finalizzata al prelievo di materiale macroscopicamente sospetto che verrà successivamente analizzato e studiato dall’anatomo-patologo.
L’istotipo più frequente è senza dubbio il carcinoma squamocellulare in situ o infiltrante.
In base alla stadiazione clinica ovvero all’estensione loco-regionale e a distanza del tumore, il caso viene discusso collegialmente con i colleghi oncologi, radiologi, radioterapisti ed anatomo-patologi al fine di proporre al paziente le migliori opzioni terapeutiche.
La chirurgia è il trattamento d’elezione soprattutto nei tumori ad estensione limitata.
La chirurgia prevede l’asportazione radicale del tumore, un’eventuale ricostruzione con lembi prelevati da altre sedi e lo svuotamento linfonodale laterocervicale mono o bilaterale.
Il trattamento chirurgico, in base all’esame istologico definitivo, può essere seguito da radioterapia o da radio-chemioterapia concomitante.
In base alla sede e all’estensione iniziale del tumore, il tasso di controllo globale della malattia si attesta intorno al 65% con estremi che vanno dal 95% per i piccoli tumori del labbro al 20% per i tumori estesi della lingua o del trigono retromolare.
La probabilità di controllo loco-regionale varia in funzione della presenza o meno di metastasi linfonodali e della loro estensione.
La prevenzione di questi tumori prevede l’astensione all’abitudine tabagica e al consumo di alcolici e un programma di screening in cui l’otorinolaringoiatra e l’odontoiatra rappresentano le figure di riferimento.

Iperparatiroidismo Primario – Adenoma della Paratiroide

Le ghiandole paratiroidi sono piccole strutture di forma ovale che si trovano vicino alla tiroide. L’85% dei pazienti ha 4 ghiandole, con 2 superiori e 2 inferiori. Le ghiandole paratiroidi mantengono livelli adeguati di calcio e fosforo nel corpo, disattivando o attivando la secrezione dell’ormone paratiroideo (PTH). Questo ormone serve all’organismo per regolare i livelli di calcio nei tessuti e nel sangue. Il calcio è fondamentale per il controllo di numerose funzioni, tra le quali l’attività muscolare, la trasmissione degli impulsi nervosi e il mantenimento della qualità dell’osso. Quando una o più paratiroidi producono in modo incontrollato PTH ne consegue un aumento dei livelli di calcio nel sangue (ipercalcemia).

L’adenoma è un tumore benigno della paratiroide. Consiste nell’aumento volumetrico di una paratiroide, anche se non sono infrequenti casi bilaterali. L’adenoma è dovuto ad una proliferazione neoplastica che determina quindi una sindrome da iperparatiroidismo primario con conseguente aumento di PTH. I microadenomi sono tumori che pesano meno di 0,1 g, mentre un adenoma gigante supera i 2 g.

Nel 75% dei casi è coinvolta una delle paratiroidi inferiori; nel 15% dei casi è coinvolta una delle paratiroidi superiori e nel 10% dei casi circa vi è coinvolgimento di paratiroidi con localizzazione “anomala”, ad esempio intratiroidea o intramediastinica.

Gli adenomi sono più comuni nei pazienti dai 50 ai 70 anni; le donne sono colpite 3 volte più spesso degli uomini.

L’eziologia (=causa scatenante) di un adenoma paratiroideo rimane sconosciuta per la maggior parte dei pazienti. Alcuni dati suggeriscono che una pregressa radioterapia predisponga un paziente alla malattia paratiroidea. La carenza di calcio a lungo termine può anche provocare una malattia paratiroidea a causa della stimolazione cronica del PTH.

L’ormone paratiroideo svolge un ruolo vitale nel metabolismo del calcio e del fosforo agendo nei reni, nell’intestino e nelle ossa.

Molti pazienti con adenoma paratiroideo sono asintomatici, con ipercalcemia per caso scoperta durante normale controllo ematico.

I sintomi possono essere così lievi e non specifici da non sembrare correlati alla funzione paratiroidea. La gamma di segni e sintomi include: osteoporosi, calcoli renali, minzione eccessiva, dolore addominale, stanchezza facilmente o debolezza, depressione o dimenticanza, dolore osseo e articolare, nausea, vomito o perdita di appetito, malattia cardiovascolare.

Sebbene l’esatto legame causa-effetto non sia chiaro, alti livelli di calcio sono associati a condizioni cardiovascolari, come l’ipertensione e alcuni tipi di malattie cardiache.

Aumenti più estremi del calcio possono causare complicazioni come aritmie cardiache, coma e morte.

Gli esami diagnostici utili prima dell’intervento sono: l’ecografia collo, la Scintigrafia 99mTc-Sestamibi, la

TC e la RM collo.

Il trattamento di scelta è quello chirurgico e viene proposto in presenza di livelli particolarmente elevati di calcio o in tutti quei pazienti in cui la malattia abbia determinato osteoporosi o la comparsa di calcoli renali.

L’intervento si chiama paratiroidectomia minimamente invasiva e consiste nell’asportare l’adenoma mediante una piccola incisione alla base del collo. Durante l’intervento è possibile avere una conferma della riuscita dell’operazione in quanto il PTH ha breve emivita, ovvero se asportata con successo la paratiroide che funziona troppo, il valore del PTH diminuisce di almeno il 50% dopo circa 10 minuti.

Nel caso il paziente non sia candidabile all’intervento è possibile utilizzare: Farmaci calciomimetici, che simulando la presenza di calcio nel sangue, riducono l’iperattività delle paratiroidi; Bifosfonati, che aiutano a prevenire la perdita di calcio nelle ossa e riducono la calcemia.

Noduli della Tiroide

La tiroide è una piccola ghiandola a forma di farfalla posta immediatamente sotto il pomo di Adamo, che gioca un ruolo chiave nel controllo del metabolismo mediante la produzione degli ormoni tiroidei (T4 e T3), sostanze che, tramite il sangue, raggiungono ogni distretto del nostro organismo. La funzione di questa ghiandola è regolata dall’ipofisi (una piccola ghiandola localizzata alla base del cranio), che agisce sulla tiroide mediante il “thyroid – stimulating hormone” (TSH). La corretta funzione della tiroide richiede un adeguato apporto di iodio, la cui carenza è responsabile della comparsa di gozzo semplice o nodulare.

Il carcinoma della tiroide viene considerato una neoplasia rara in quanto costituisce il 2% di tutti i tumori. Si può manifestare a tutte le età, con massima incidenza tra i 25 e i 60 anni e con una maggiore prevalenza nel sesso femminile. Tali neoplasie sono invece molto rare nei bambini. La sopravvivenza è molto elevata, superando il 90% a 5 anni nelle forme differenziate.

I tumori della tiroide originano nella maggior parte dei casi dalle cellule follicolari (che compongono il tessuto tiroideo insieme alle cellule parafollicolari o C) e si distinguono in:

carcinoma papillare: è la forma più frequente di carcinoma differenziato della tiroide (circa il 75%). Presenta una crescita lenta e può dare luogo a metastasi che interessano i linfonodi del collo. In alcuni pazienti il tumore è multifocale e può interessare entrambi i lobi della tiroide.

carcinoma follicolare: rappresenta circa il 15% dei carcinomi differenziati della tiroide e può dare luogo a metastasi a distanza. Colpisce per lo più persone di età superiore ai 50 anni. – carcinoma anaplastico: è un tipo di tumore raro (<1% dei tumori della tiroide) ma particolarmente aggressivo e di difficile gestione, in quanto dà metastasi a distanza molto precocemente.

carcinoma midollare: origina dalle cellule parafollicolari (o cellule C) e si caratterizza per la presenza di elevati livelli circolanti di calcitonina. Tale tumore può avere un andamento familiare e può essere la manifestazione di sindromi genetiche quali la sindrome neoplastica multiple tipo 2 (MEN2).

Un fattore di rischio accertato per il carcinoma differenziato della tiroide è l’esposizione a radiazioni. Il tumore della tiroide è infatti più comune in persone sottoposte a radioterapia sul collo per altre neoplasie o esposte a ricadute di materiale radioattivo come accaduto dopo l’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl.

Il sintomo più comune del tumore della tiroide è il riscontro alla palpazione o all’osservazione di un nodulo tiroideo. Solo il 3-5% di tutti i noduli della tiroide sono però forme tumorali maligne.
In alcuni casi, in presenza di un carcinoma tiroideo possono essere riscontrati in sede laterocervicale masse linfonodali anche di dimensioni e consistenza importanti.

Una volta accertata la presenza di noduli tiroidei, generalmente si effettuano ulteriori approfondimenti diagnostici, in particolare:

  • valutazione della funzione della ghiandola: si effettua misurando i livelli circolanti di TSH, FT4 ed FT3 come pure gli anticorpi anti Tireoglobulina e anti Tireoperossidasi. Di nessuna utilità è invece il dosaggio della tireoglobulina.
  • ecografia tiroidea: è l’esame radiologico di prima scelta. Di semplice esecuzione, consente di valutare sia le dimensioni sia le caratteristiche ecostrutturali dei noduli. Costituiscono segni di sospetto ecografico la presenza di microcalcificazioni, di vascolarizzazione intra-nodulare e l’irregolarità dei margini del nodulo.
  • agoaspirato con ago sottile: è indicato in presenza di un nodulo singolo o di un nodulo sospetto nell’ambito di un gozzo multinodulare. Il campione di cellule così raccolto viene sottoposto ad esame citologico consentendo di distinguere, in un buon numero di casi, un nodulo benigno da un nodulo maligno.
  • scintigrafia tiroidea: fornisce importanti informazioni sul comportamento funzionale della tiroide e dei noduli tiroidei, in particolare nei casi in cui il nodulo all’esame citologico venga considerato dubbio. E’ un esame molto semplice, basato sulla somministrazione per via endovenosa di un tracciante radioattivo (99mTc-pertecnetato) che viene elettivamente captato dalle cellule tiroidee
  • misurazione dei livelli di calcitonina, sostanza che rappresenta il marker specifico del carcinoma midollare della tiroide. In caso di livelli dubbi di calcitonina, può essere indicato un test di stimolo con calcio o con penta gastrina, in regime di Day Hospital.
  • test genetici: l’esecuzione può essere indicata nel caso di un carcinoma midollare della tiroide, dal momento che questo tipo di tumore può avere un andamento familiare ed essere parte di sindromi genetiche quali la sindrome neoplastica endocrina tipo 2 (MEN2).
  • TAC, RMN e PET/CT: consentono la stadiazione del tumore identificando le possibili sedi di diffusione della malattia.

Esistono vari tipi di trattamenti, che si possono dividere in chirurgici e non chirurgici.

In tutti i casi di carcinoma della tiroide, la chirurgia rappresenta la prima opzione terapeutica.

In presenza di un tumore della tiroide si valuta l’opportunità di eseguire un a loboistmectomia (emitiroidectomia) o una tiroidectomia totale a seconda delle caratteristiche del tumore e del paziente. Lo svuotamento selettivo dei linfonodi del compartimento centrale del collo è eseguito solo se intra-operatoriamente si evidenziano linfonodi sospetti per metastasi o di dimensioni aumentate, mentre quello dei linfonodi laterocervicali si effettua solo se pre-operatoriamente diagnosticati come metastatici.

Particolare attenzione viene dedicata anche al risultato estetico, grazie all’utilizzo di suture intradermiche con materiale riassorbibile e alla raccomandazione di massaggi postoperatori della ferita con creme dedicate per ridurre l’incidenza di cicatrici ipertrofiche.

Dopo l’intervento di tiroidectomia è generalmente indicata l’ablazione del residuo tiroideo mediante iodio-131. Lo scopo della Terapia Radiometabolica con iodio 131 è distruggere il tessuto tiroideo normale che quasi sempre residua anche dopo una tiroidectomia totale ed eliminare eventuali microfocolai neoplastici presenti all’interno dei residui tiroidei o in altre sedi. Un secondo obiettivo di questa terapia è rendere più efficace il follow-up mediante il dosaggio della tireoglobulina sierica e l’eventuale esecuzione della scintigrafia total-body con iodio 131. La terapia radiometabolica può essere eseguita solamente in strutture autorizzate all’impiego terapeutico dello iodio 131 e deve essere eseguita in regime di “ricovero protetto”, in particolari stanze dedicate alla Medicina Nucleare.

La terapia radiante e la chemioterapia sono infine indicate nel caso di tumori altamente aggressivi e inoperabili o in quelli caratterizzati da de-differenziazione.

Il follow up è differenziato a seconda del tipo di carcinoma della tiroide che è stato trattato.

Carcinoma differenziato della tiroide: i pazienti, trattati con ormone tiroideo (L-Tiroxina) ad un dosaggio tale da mantenere ridotti livelli di TSH, vengono periodicamente sottoposti ad ecografia del collo e alla determinazione dei livelli circolanti di TSH, FT4, FT3, anticorpi anti-tireoglobulina e tireoglobulina (che costituisce un buon marker di malattia nel paziente tiroidectomizzato). In casi selezionati anche può essere indicato valutare la risposta della tireoglobulina dopo stimolo con TSH ricombinante umano o procedere ad una Scintigrafia totale corporea con I131.

Carcinoma midollare della tiroide: dopo l’intervento i pazienti effettuano una terapia con ormone tiroideo (L-Tiroxina) al fine di ovviare all’ipotiroidismo conseguente alla rimozione della tiroide, e vengono periodicamente rivalutati previo dosaggio di TSH, FT4, FT3 e calcitonina.

Patologie della voce e delle corde vocali - Disfonia

Per disfonia si intende un’alterazione qualitativa o quantitativa della voce, per una qualsiasi causa. La disfonia può avere origine organica o funzionale. Tra le cause organiche annoveriamo le infiammazioni a carico della laringe (laringiti), le malformazioni congenite, la presenza di lesioni tumorali o di lesioni benigne (ad es. polipi, noduli o cisti delle corde vocali) e i traumi. Tra le cause funzionali rientrano, invece, l’uso eccessivo e/o scorretto della voce e la disfonia idiopatica (senza causa apparente).
I fattori di rischio che possono predisporre alla comparsa di disfonia comprendono:

  • l’età avanzata
  • l’abuso di alcol
  • il fumo di sigaretta
  • le allergie
  • il reflusso gastroesofageo (GERD)
  • le infezioni delle alte vie respiratorie
  • l’uso improprio e prolungato della voce
  • le malattie neurologiche
  • lo stress psicologico
  • i tumori della laringe
  • le cicatrici risultanti da interventi chirurgici o da traumi a carico della regione anteriore del collo
  • la disidratazione delle mucose laringee le malattie della tiroide

 

In caso di disfonia, è consigliabile consultare un medico qualora siano presenti una o più delle seguenti condizioni:

  • disturbo della durata di oltre due settimane;
  • perdita completa della voce (afonia) per più di due giorni;
  • voce rauca, stridula o improvvisamente più profonda;
  • dolore alla gola o sensazione di gola secca persistenti;
  • necessità di schiarirsi la voce frequentemente e difficoltà a parlare;
  • disfonia associata a dolore auricolare persistente, perdita di peso, inappetenza, presenza di sangue nell’escreato (emoftoe/emottisi), ingrossamento dei linfonodi del collo.

Il primo approccio diagnostico prevede un’accurata indagine anamnestica, la valutazione non strumentale della voce e l’esame obiettivo del distretto testa collo. Ai fini di una corretta diagnosi eziologica della disfonia è utile effettuare una laringoscopia, che consente di valutare la struttura delle corde vocali e il loro movimento durante la fonazione. Talvolta per un più corretto inquadramento del disturbo può essere utile ricorrere a esami aggiuntivi quali la laringostroboscopia (esame laringoscopico che sfrutta una luce stroboscopica o intermittente per ottenere un’immagine dei diversi movimenti del ciclo vibratorio) o l’elettromiografia laringea (esame che misura l’attività elettrica dei muscoli della laringe).
In caso di disfonia è importante, innanzitutto, identificare ed eliminare gli eventuali fattori causali e/o predisponenti, quali lo stress, il fumo di sigaretta e l’abuso di alcol. Sono invece raccomandate una buona idratazione e il riposo vocale per almeno due o tre giorni (senza parlare né sussurrare).
Il trattamento specifico varia a seconda della causa della disfonia e prevede sostanzialmente tre approcci:

  • trattamento medico, mirato alla somministrazione di farmaci (antinfiammatori, antibiotici, antiacidi…);
  • trattamento logopedico, per imparare ad utilizzare meglio la voce e a evitarne l’abuso;
  • trattamento chirurgico, per rimuovere le eventuali formazioni, benigne o maligne, responsabili della disfonia.

Reflusso Laringofaringeo

Il reflusso faringolaringeo consiste in un reflusso retrogrado dei succhi gastrici o biliari e dei gas che dallo stomaco risalgono attraverso l’esofago arrivando alla faringe e alla laringe. A questo livello le mucose vengono danneggiate e si infiammano.

Il reflusso faringolaringeo si presenta con i sintomi “atipici” del reflusso gastroesofageo:

  • Faringodinia (dolore alla gola) e bruciore alla gola
  • Disfonia (alterazione della voce)
  • Frequente necessità di schiarirsi la gola
  • Tosse secca cronica (con durata maggiore di tre settimane), stizzosa, spesso presente dopo i pasti
  • Muco spesso ed abbondante
  • Sensazione di corpo estraneo in gola (“bolo faringeo”)
  • Bruciore retrosternale, dispepsia, dolori retrosternali

Meno frequenti, ma possibili, anche aumentata salivazione, bruciore della lingua e del cavo orale, otiti, riniti, spasmi laringei.
La patologia è causata da una disfunzione dello sfintere esofageo superiore, formato da un gruppo di muscoli situati nella parte iniziale dell’esofago. Lo sfintere ha la funzione, contraendosi e dilatandosi, di chiudere e aprire l’esofago, favorendo il passaggio del cibo durante la deglutizione e allo stesso tempo impedendo al contenuto esofageo di risalire nelle vie aeree.
La diagnosi deriva da un’attenta anamnesi e dalla visita otorinolaringoiatrica comprensiva di laringoscopia a fibre ottiche. Dalla visita si possono evidenziare i cosiddetti “segni indiretti di reflusso faringolaringeo”, quali edemi, iperemie della mucosa ipofaringea e laringea e granulomi delle corde vocali.
Il trattamento è medico, si utilizzano farmaci che riducano l’acidità gastrica, o che proteggano le mucose con un effetto barriera.
Per chi soffre di reflusso faringolaringeo oltre alla cura farmacologica è importante migliorare lo stile di vita e soprattutto le abitudini alimentari. È indispensabile:

  • Eliminare il fumo perché favorisce il reflusso
  • Non indossare abiti troppo stretti in vita
  • Aspettare almeno tre ore dalla cena prima di andare a dormire così da permettere lo svuotamento gastrico
  • Perdere peso
  • Adottare un’alimentazione a basso contenuto di grassi, riducendo formaggi, fritture e carni rosse
  • Nei casi più gravi si può dormire con la testa sollevata utilizzando un cuscino anti-reflusso

Difficoltà respiratoria nasale - Rinosinusite

Una delle cause più comuni di difficoltà respiratoria nasale è la deviazione del setto nasale. Essa spesso si accompagna a un aumento dimensionale dei turbinati nasali (ipertrofia dei turbinati). Entrambe queste condizioni sono facilmente correggibili con una chirurgia eseguibile anche in regime di  day hospital.

Qualora gli episodi di infiammazione della mucosa nasale, solitamente causati da virus e batteri, tendano a ricorrere nel tempo o a persistere per diverse settimane ci si trova in una situazione definita come rinosinusite. La rinosinusite cronica è un’infiammazione della mucosa di naso e seni paranasali, la cui durata, nonostante le cure, supera le dodici settimane.
La rinosinusite cronica si divide in due grandi gruppi: rinosinusite senza poliposi nasale e rinosinusite con poliposi nasale. Con una certa frequenza in entrambe le situazioni rappresenta la manifestazione locale di un’infiammazione sistemica. Per questo motivo devono essere sempre ricercati possibili fattori associati come sensibilizzazione allergica e asma. La rinosinusite cronica senza poliposi nasale può anche essere secondaria ad una via di drenaggio mucoso fra seni paranasali e naso caratterizzata da un’architettura alquanto complicata. In questo caso la chirurgica endoscopica rinosinusale (FESS – acronimo anglosassone di functional endoscopic sinus surgery) risolve definitivamente la sintomatologia.
La rinosinusite cronica può riconoscere diverse cause. All’origine possono esserci anomalie anatomiche come deviazioni del setto nasale, malformazioni o varianti anatomiche nella via di drenaggio fra seni paranasali e naso, che favoriscono accumulo di muco nell’ambiente rinosinusale quindi sovra infezione. L’infiammazione locale e il conseguente edema mucoso con limitazione anche in questo caso del drenaggio di muco dai seni paranasali al naso rappresenta l’altro grande capitolo di possibili cause di rinosinusopatia. Non si deve mai tralasciare un accurato percorso diagnostico che valuti sia la possibile sensibilizzazione allergica sia la possibile associazione con asma.
I sintomi di una sinusite cronica includono:

  • congestione nasale, con difficoltà a scaricare il muco, spesso addensato e di colore giallastro
  • scolo faringeo, quando le secrezioni nasali scendono verso la gola anziché verso le narici
  • difficoltà respiratorie
  • dolore e gonfiore tra fronte e naso, intorno agli occhi e alle guance
  • riduzione del senso del gusto e dell’olfatto
  • febbre

Talvolta si possono avere mal di gola, tosse, dolore all’orecchio, alitosi.
Il racconto anamnestico indirizza sempre verso la diagnosi e deve essere accurato ed esteso non solo alla sintomatologia, ma anche alla stagionalità con cui si presenta, alla persistenza, ad eventuali fattori scatenanti L’esame endoscopico della fosse nasali, eseguibili in ambiente ambulatoriale a qualsiasi paziente, evidenzia condizioni anatomiche che possono predisporre alla patologia, presenza di muco infetto negli spazi di transizione fra seni paranasali e naso. Il mancato controllo della sintomatologia dopo terapia farmacologica suggerisce un percorso terapeutico differente, in questo caso la TC del massiccio facciale in tre proiezioni e senza mezzo di contrasto rappresenta un passaggio necessario.
La TC è fondamentale per lo studio di rinosinusiti caratterizzate da varianti anatomiche delle vie drenaggio dei seni paranasali. In questi casi la sintomatologia può anche non caratterizzarsi dalla presenza di muco, ma, ad esempio, da dolori facciali acutizzati da sbalzi pressori (atterraggio in aereo o escursioni subacquee). La TC oltre a mostrare l’anatomia guida alla progettazione e realizzazione della soluzione chirurgica.
In casi selezionati la RMN con mezzo di contrasto del massiccio facciale orienta nella tipizzazione della diagnosi di forme particolari di rinosinusite, come nel caso delle rinosinusiti micotiche o ad escludere forme tumorali benigne o maligne.
Il trattamento della rinosinusite cronica è finalizzato a ridurre l’infiammazione e a favorire il drenaggio del muco lungo la corretta via. A seconda delle cause della rinosinusite cronica si può intervenire con:

  • irrigazioni nasali con soluzioni saline, per disinfettare le cavità nasali.
  • corticosteroidi per uso orale o topico, sotto forma di spray nasale, per ridurre l’infiammazione.
  • decongestionanti, sono vasocostrittori che andrebbero utilizzati al massimo per 2 o 3 giorni per evitare il ritorno della congestione (la cosiddetta congestione di rimbalzo)
  • antibiotici, dopo aver accertato la causa dell’infezione.
  • immunoterapia, per il trattamento contro gli allergeni.
  • chirurgia, per la rimozione di eventuali polipi che causano l’ostruzione nasale (FESS).

 

La chirurgia endoscopica rinosinusale (FESS) si esegue in anestesia generale per ridurre il discomfort del paziente. In alcuni casi selezionati, la programmazione può essere in regime di day surgery, ovvero senza ricovero di una notte. L’obiettivo della chirurgia è quello di ristabilire il corretto drenaggio mucoso fra naso e seni paranasali allargando gli spazi di transizione fra questi due ambienti. Al termine della procedura si posiziona una medicazione nasale che limita il gocciolamento di sangue evitando di norma il tampone nasale. Nelle forme complesse di rinosinusite cronica senza o con poliposi nasale la chirurgia rappresenta uno step, spesso necessario, del trattamento. Tuttavia, la sinergia terapeutica con gli specialisti, che devono necessariamente partecipare al percorso diagnostico terapeutico di questa malattia – allergologo, pneumologo, immunologo – deve essere garantita al paziente per ottimizzare il controllo dei sintomi locali e sistemici e allontanare ricadute cliniche.

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